Quando una vertebra si schiaccia, il dolore può rendere difficili anche gesti semplici come alzarsi, camminare o cambiare posizione nel letto. Capire che cos’è la vertebroplastica, quando può aiutare, come si svolge e quali sono i suoi limiti permette di affrontare la decisione con aspettative realistiche.
La vertebroplastica stabilizza una vertebra dolorosa senza ricorrere alla chirurgia aperta
- È una procedura mini-invasiva che introduce cemento osseo nella vertebra fratturata.
- Viene valutata soprattutto per fratture da compressione dolorose, spesso legate all’osteoporosi.
- La scelta richiede esami come radiografia, TC e risonanza magnetica.
- L’obiettivo principale è ridurre il dolore e stabilizzare il corpo vertebrale, non curare l’osteoporosi.
- Il recupero può essere rapido, ma non è indicata per ogni mal di schiena.
Vertebroplastica percutanea cos’è e a cosa serve
La vertebroplastica percutanea è una procedura di radiologia interventistica usata per rinforzare una vertebra fratturata o indebolita. Il medico inserisce un ago attraverso la pelle e deposita nel corpo vertebrale una piccola quantità di cemento osseo, generalmente polimetilmetacrilato o PMMA, sotto guida radiologica.
Il cemento si solidifica rapidamente e crea una struttura interna più stabile. In questo modo può diminuire il movimento doloroso dei frammenti e favorire una riduzione del dolore. Non si tratta però di ricostruire la vertebra come nuova e non è una cura per la perdita di densità ossea.
La causa più frequente è una frattura vertebrale da compressione, nella quale il corpo della vertebra perde altezza sotto il peso della colonna. Può succedere anche in seguito a metastasi, mieloma, emangiomi vertebrali o traumi selezionati, sempre dopo una valutazione specialistica.
Quando può essere presa in considerazione
Io considero questo il punto più importante. La presenza di una frattura, da sola, non basta per indicare il trattamento. Il dolore deve essere compatibile con quella specifica vertebra, persistente e sufficientemente intenso da limitare la vita quotidiana.
In genere la procedura viene valutata quando la frattura è relativamente recente, il dolore non migliora con una terapia medica adeguata e il paziente non riesce a muoversi nonostante analgesici, riposo controllato o busto ortopedico. Le raccomandazioni più recenti sottolineano l’importanza di selezionare con cura i casi, spesso dopo alcune settimane dall’esordio della frattura.
Può essere presa in considerazione soprattutto in presenza di:
- fratture osteoporotiche dolorose;
- cedimenti vertebrali associati a tumori o metastasi;
- alcuni emangiomi vertebrali sintomatici;
- fratture che non mostrano una sufficiente stabilizzazione con il trattamento conservativo.
Non è invece pensata per il comune mal di schiena dovuto a contratture muscolari, artrosi, ernia del disco o postura scorretta. Questa distinzione evita uno degli errori più frequenti, cioè attribuire alla vertebroplastica un effetto generico su qualsiasi dolore della colonna.
Come si arriva alla decisione e quali esami servono
Prima di procedere, il medico deve verificare che la vertebra osservata nelle immagini sia davvero la fonte del dolore. La risonanza magnetica è spesso utile per riconoscere l’edema osseo, cioè il segno di una frattura recente o ancora attiva, e per distinguere una lesione osteoporotica da una possibile causa tumorale.
La radiografia mostra il cedimento e la perdita di altezza, mentre la TC definisce meglio l’anatomia ossea e l’eventuale interessamento della parete posteriore della vertebra. In alcuni casi si ricorre anche alla scintigrafia ossea, soprattutto quando la risonanza non è eseguibile.
La valutazione comprende anche la storia clinica, i farmaci assunti e gli esami del sangue. Bisogna segnalare in particolare anticoagulanti, antiaggreganti, disturbi della coagulazione, allergie e infezioni. Una frattura instabile con compressione del midollo o delle radici nervose può richiedere un intervento diverso e più complesso.
Come si svolge e quanto dura la procedura
La persona viene solitamente posizionata a pancia in giù. Dopo la disinfezione e l’anestesia della zona, il radiologo interventista guida l’ago fino alla vertebra con fluoroscopia, TC o una combinazione delle due tecniche.
Prima e durante l’intervento
L’anestesia può essere locale con sedazione cosciente oppure, in situazioni selezionate, generale. Attraverso l’ago viene iniettato il cemento in quantità controllata. Il medico osserva in tempo reale la distribuzione del materiale per ridurre il rischio che fuoriesca dagli spazi della vertebra.
Il trattamento di una sola vertebra può durare circa 30-60 minuti, ma il tempo complessivo può arrivare a 2-3 ore se vengono trattati più livelli o se l’anatomia è complessa. La durata reale dipende dal caso, non soltanto dal numero di vertebre coinvolte.
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Dopo la vertebroplastica
Dopo la procedura si resta in osservazione per alcune ore, con controllo della pressione, del battito e della sensibilità degli arti. In assenza di problemi, alcuni pazienti tornano a casa in giornata, mentre altri trascorrono una notte in ospedale.
Spesso è possibile camminare già dopo poche ore, seguendo le indicazioni del team. Il dolore può ridursi rapidamente, ma è normale avvertire un fastidio locale o una sensibilità aumentata per un breve periodo. Il ritorno alle attività deve essere graduale e concordato con il medico.

Vertebroplastica e cifoplastica non sono la stessa cosa
Entrambe appartengono alle tecniche di cementazione vertebrale, ma il modo di trattare la vertebra cambia. Nella vertebroplastica il cemento viene iniettato direttamente nella vertebra. Nella cifoplastica, invece, prima si introduce un palloncino che può creare una cavità e, in alcuni casi, recuperare parzialmente l’altezza vertebrale.
| Caratteristica | Vertebroplastica | Cifoplastica |
|---|---|---|
| Tecnica | Iniezione diretta del cemento | Espansione con palloncino e successiva cementazione |
| Obiettivo principale | Stabilizzare e ridurre il dolore | Stabilizzare, ridurre il dolore e talvolta recuperare altezza |
| Invasività | Generalmente minore | Leggermente maggiore |
| Scelta clinica | Utile quando la priorità è la stabilizzazione | Può essere preferita in deformità o cedimenti selezionati |
Non esiste una tecnica automaticamente migliore per tutti. La decisione dipende dalla forma della frattura, dall’età della lesione, dalla deformità, dalla densità dell’osso e dalle condizioni generali. A mio avviso, promettere il recupero completo dell’altezza vertebrale è uno dei modi più scorretti di presentare questi trattamenti.
Benefici, limiti e rischi da conoscere
Il beneficio più atteso è il controllo del dolore, spesso accompagnato da una ripresa più rapida della mobilità. Muoversi prima può aiutare a evitare perdita di forza, rigidità e complicanze legate all’immobilità.
La risposta, però, non è garantita e la letteratura scientifica non è completamente uniforme, soprattutto quando si propone la procedura in modo routinario per tutte le fratture osteoporotiche. Il risultato tende a essere più prevedibile quando la frattura è realmente dolorosa, recente e ben identificata dagli esami.
Le possibili complicanze comprendono:
- fuoriuscita del cemento fuori dalla vertebra;
- irritazione o compressione di una radice nervosa o del midollo;
- infezione o sanguinamento nella sede di inserimento dell’ago;
- raramente, passaggio di cemento nei vasi sanguigni e problemi respiratori;
- dolore residuo o comparsa di una nuova frattura in un’altra vertebra.
Il rischio assoluto è generalmente basso nei centri esperti, ma non è nullo. Febbre, debolezza alle gambe, perdita di sensibilità, difficoltà a urinare o dolore improvviso e intenso dopo la dimissione richiedono un contatto medico urgente.
La procedura non sostituisce la cura dell’osteoporosi
Una vertebroplastica può rendere più stabile la vertebra trattata, ma non aumenta da sola la resistenza di tutto lo scheletro. Se la frattura è stata causata dall’osteoporosi, bisogna valutare densitometria, vitamina D, alimentazione, terapia farmacologica e rischio di cadute.
La fisioterapia entra in gioco quando il medico la ritiene sicura. Il lavoro può concentrarsi su respirazione, cammino, equilibrio, forza degli arti inferiori e controllo dei movimenti della colonna. Eviterei invece esercizi improvvisati, torsioni brusche e carichi importanti nelle prime fasi.
Anche dopo un buon risultato è utile rivedere le abitudini quotidiane. Una postura più funzionale, l’uso corretto degli appoggi e un programma progressivo di attività fisica aiutano a recuperare autonomia, ma devono adattarsi alla frattura e alle condizioni della persona.
La scelta giusta parte dalla vertebra responsabile del dolore
La vertebroplastica può essere una soluzione efficace per una frattura vertebrale dolorosa e selezionata, soprattutto quando il trattamento conservativo non permette di tornare a muoversi. Non è però un rimedio universale né un’alternativa automatica alla terapia dell’osteoporosi.
Prima di decidere, chiederei al medico quale vertebra provoca il dolore, quali esami lo dimostrano, quali alternative restano disponibili e quale recupero è realistico. La qualità della diagnosi e della selezione del paziente conta almeno quanto la tecnica utilizzata.
